google-site-verification=g-A0IkMT4sGW4a3a3BG528ew3Vp0yNcHAV2lKFsznCA

Il protocollo GHG (Greenhouse Gases), sviluppato dal World Resources Institute (WRI) e dal World Business Council for Sustainable Development (WBCSD), è un parametro utile alle aziende ed altre organizzazioni per monitorare le emissioni di gas serra.

Il protocollo GHG è nato quando, alla fine degli anni ’90, si è reso necessario adottare uno standard internazionale per la contabilità e la rendicontazione dei sette gas serra individuati dal Protocollo di Kyoto: anidride carbonica (CO2), metano (CH4), protossido di azoto (N2O), idrofluorocarburi (HFC), perfluorocarburi (PCF), esafluoruro di zolfo (SF6) e trifluoruro di azoto (NF3).

Il protocollo GHG consente alle aziende di misurare, gestire e segnalare le emissioni di gas serra derivante dalle loro produzioni e, già a partire dal 2016, è stato adottato dal 92% delle aziende iscritte nella lista Fortune 500.

L’accordo di Parigi ha segnato una svolta storica nell’azione globale per il clima, impegnando tutti i paesi a limitare l’aumento della temperatura globale, adattandosi ai cambiamenti già in atto e aumentandone regolarmente gli sforzi nel tempo. Gli standard previsti dal protocollo GHG aiutano i paesi e le città a progettare attività di mitigazione climatica, valutare e segnalare i progressi verso il raggiungimento degli obiettivi prefissati e stimare gli effetti e le conseguenze dei gas serra.

L’obiettivo dell’Europa è diventare il primo continente ad emissioni zero entro il 2055 (Fit for 55).
La situazione delle emissioni Co2 secondo Eurostat è in miglioramento dal 2008 tuttavia, ci sono ancora oltre 3,5mld di tonnellate di emissioni ogni anno. 

GHG_Eurostat

Il protocollo classifica le emissioni in base alla fonte da cui vengono generate e le suddivide in tre categorie, Scope 1, 2 e 3.
Le emissioni di Scope 1 sono emissioni dirette di GHG che provengono da fonti controllate o di proprietà di un’organizzazione (ad es. emissioni associate alla combustione da caldaie, forni, veicoli); per queste emissioni il mercato di riferimento è ETS EU sul quale le aziende che hanno l’obbligo della compensazione possono acquistare i carbon credit (ne abbiamo parlato recentemente QUI).

Le emissioni di Scope 2 sono emissioni indirette di GHG associate all’acquisto di elettricità, vapore, calore o raffreddamento. 

Le emissioni di Scope 3, denominate anche emissioni della catena del valore, rappresentano spesso la maggior parte delle emissioni totali di gas serra di un’organizzazione e includono tutte le fonti connesse all’attività dell’azienda che non rientrano nello Scope 1 e nello Scope 2, come ad esempio le emissioni relative alla mobilità dei dipendenti, alla catena di fornitura e all’utilizzo dei beni prodotti.

Grazie al protocollo GHG ed alla classificazione delle emissioni è possibile per ogni azienda calcolare la propria “carbon footprint” ovvero a quanto ammonta la Co2 emessa dalla propria attività produttiva.
Questo strumento sta diventando di fondamentale importanza, non solo per raggiungere l’obiettivo di riduzione delle emissioni, ma anche per migliorare molti aspetti aziendali legati ai costi energetici ed allo spreco di risorse.

Inoltre, dimostrare di voler ridurre le proprie emissioni Co2 sarà importante anche per aspetti di approvvigionamento dei capitali (vedi ESG) e nelle attività di comunicazione aziendale e marketing nei confronti dei consumatori sempre più sensibili agli aspetti legati alla sostenibilità ambientale.

In buona sostanza, oggi, essere un’azienda green non può essere più considerata un’alternativa ma è diventata una reale necessità.

Proprio in quest’ottica, per aiutare le aziende ad essere più sostenibili, a partire da quest’anno Momentumgreen ha avviato un nuovo progetto finalizzato a mitigare le emissioni di Co2.

Adriano Zucca – socio fondatore Momentumgreen